CRITICA

LO SPIRITO CLASSICO COME ARCHITETTURA DELL’ANIMA.

1900: Nietzsche annuncia la morte di Dio. E’ la fine del razionalismo e del teologismo, entrambi vincolati dalle speculazioni aristotelico-tomiste. Pure la metodologia cartesiana, sopravvissuta alle ingerenze degli escatologismi della cultura occidentale, ha abdicato davanti all’assioma della fine delle certezze. L’hegeliana coscienza infelice, frutto della morale cristologica, nonché il materialismo marxista per la fruizione collettiva del capitale favorirono le incoerenze e la veridicità delle posizioni antitetiche. L’estensione globale degli eventi bellici fu il banco di prova nel forgiare lo sviluppo della mentalità contemporanea, la stessa in cui si muove Federico Buzzi. L’artista gravido di cultura classica e con qualifica di architetto ha intrapreso, nell’area delle contraddizioni del secolo breve, un percorso di recupero delle architetture dell’anima e della ripresa di canoni mai desueti per il bello di ellenica memoria. L’avvio è dal romanticismo esasperato in cui l’Io si separa dal trascendente per sconfinare nella böckliniana umana isola delle simbologie: paura e morte. Nell’epoca dei materialismi volti a proporre dirompenti, sarcastiche sperimentazioni nelle convinzioni dei manifesti di corrente, Buzzi avanza la rivalorizzazione di scie che hanno segnato il gusto estetico nella separazione bello-brutto. Estraneo alle spinte disomogenee della creatività artistica e delle novità progettuali, l’Artista milanese, genovese di adozione, si pone dubbioso dinnanzi ai coevi messaggi espressi con disparati linguaggi; è nella convinzione che l’opera, come nella classicità, sia soggetta a regole universali di lettura e soprattutto debba avere una ricezione atemporale, museale. L’opinione dell’arte di consumo, gestita nell’immediata installazione, esistente nel e per il solo momento dell’uso, secondo il piacere della moda senza la continuità, non rientra nei parametri di Buzzi, che ama preparare le tele grezze allo stesso modo delle scuole di bottega, usare le matite di diversa durezza nonché i colori ad olio e le vernici, riproporre i temi mitologici, epici. Idee platoniane che rimandano già nell’analisi al modello primigenio, unico. I valori etici, patriottici, trascendenti sono stati seppelliti nella mota delle trincee, nelle lotte sociali o sui palcoscenici per belle époque mai tramontate; l’esasperata tensione al futuro che ruppe i legami con il passato favorì il troppo nuovo contro la staticità dell’intelletto in bilico tra scienza e fede. Il pensiero della modernità dilazionato tra intenzione, manifesti e progettualità s’è dato a scorrere in più alvei di corrente: un panta rei incontrollato, osmotico, contradditorio… il proliferare della riproducibilità dell’opera e del particolare per fare odiens. La nostra è l’epoca della benjaminiana riproducibilità, delle installazioni, dei vezzi di apparire. Tuttavia dalla caotica partenogenesi di troppi movimenti Buzzi ha selezionato il fluire di acque diacroniche, esteticamente universali nell’ottica crociana del contenuto sposato al bello formale. Buzzi naviga nel fiume del classicismo di reinterpretazione simbolista, decadente, non privo del sinolo aristotelico. Materia e forma alle quali aggiunge la poetica per avvalorare il trasporto nella navigazione intima. Le opere di Federico Buzzi restituiscono gli ideali dell’armonia cresciuti di valenze metafisiche. Pittura di non facile decodifica poiché nella composizione del quadro, a seguire l’excursus tra le vestigia greche, Buzzi dà all’oggetto la peculiare funzione simbolica. L’ontologia s’intravvede in nuce, quasi plotiniana nell’emanazione di un’insolazione all’orizzonte; in controluce  s’ergono ineludibili triliti: colonne d’Ercole che non precludono la conoscenza. Elementi di chiara citazione alla metafisica di De Chirico, nella fattispecie sole e luna sovrastanti il tempio votivo palesano l’alternanza degli opposti: luce tenebra, maschio femmina, vita morte, saggezza ignoranza; nel dualismo la società patriarcale fa prevalere Helios. La celebrazione statuaria è esplicita metafora alla citazione del messaggio: attesa del dies natalis il 25 dicembre; attesa del dio Mitra, Deus Sol invictus. Federico valorizza nel quadro pure l’androginia greco-romana atta ad esaltare la morbidezza dei lineamenti. E ancora frontoni retti da colonnati con sfondo il mare dalle onde ritorte, geometricamente modulari; espliciti riferimenti all’architettura ateniese e all’Egeo. Un compendio di elementi, di “luoghi atemporali” con i quali si articola la narrazione “concettuale”. L’Artista non si ferma alle apparenze; dietro a quanta species emerge la sequenza narrativa: complessa, tra i parametri classici, le icone della poesia e la personale visione del mondo.

Testo critico a cura del Professor Vincenzo Baratella.

 

LUOGHI ATEMPORALI 

“Ciò che diciamo attualità, modernità non è spesso che la sola realtà dell’esistenza − il resto è morte eco sotto volte lontane e paurose, o silenzio e buio impenetrabile”.

(Cit. Mario Sironi, “Scritti e pensieri”). 

Federico Buzzi dipinge con intensità e guardando con afflato alla pittura figurativa del passato novecento italiano. Ammaliato dalle atmosfere sospese di Mario Sironi, da quelle metafisiche di Giorgio De Chirico e da quelle surreali di Carlo Carrà.

Cresciuto di fronte a una collezione di dipinti del primo Rinascimento e degli anni ’20, è senza dubbio rimasto piacevolmente segnato consequenzialmente incuriosito; attratto emotivamente, da quella  figurazione che reputa come l’ultima reale tradizione pittorica italiana: Il Gruppo “Novecento”.

Durante gli anni giovanili, frequenta l’intellighenzia artistica italiana, l’ambiente Accademico e non, provando un profondo interesse ed un’innata curiosità anche verso la contemporaneità dell’operato di quegli artisti – peraltro amici di famiglia – che furono Lucio Fontana ed Enrico Castellani.

I suoi lavori, mai esposti sino ad ora, sono presenti in collezioni private, conosciuti nei circoli intellettuali, tra amici e conoscenti. E’ con Galleria STATUTO13 che si presenta l’effettiva possibilità, coadiuvata da una volontà dell’artista stesso, di esporli pubblicamente appannaggio del fruitore.

Come si evince nella citazione dell’incipit i luoghi rappresentati nei suoi dipinti sono spesso legati all’attualità di una società malinconica, dove talvolta la solitudine emerge con connotazioni di timore, altre invece con velate introspezioni surreali, atemporali.

Le copie dal vero inserite tra contesti urbani e metafisici ci ricordano i corpi dei manichini di De Chirico o le statue greche ed evidenziano quello sguardo volto a stilemi del passato, convincendoci che sia necessario un ritorno a tali ambientazioni, trovandoci in una società contemporanea dove valori e principi  morali sono ormai troppo spesso desueti e dimenticati.

Secondo Federico Buzzi difatti l’Arte tradizionale occidentale non è legata a un progresso lineare nel tempo e tanto meno a un fine. Ci troviamo di fronte a cicli, corsi e ricorsi storici dove epigoni e anacronismo fanno da catalizzatori artistici. Un ritorno al passato dunque è auspicabile e quantomeno desiderabile.

Testo critico a cura di Massimiliano Bisazza